Transizione ecologica in Marocco: tra utopia e necessità

Aggiornamento: 22 nov 2021


Eccomi in Marocco, quello che viene definito “un paese freddo dal sole ardente” (un pays froid au soleil brulant). Qui, la giustizia climatica fa a pugni con le urgenze sociali per cui i singoli cittadini non sempre sanno di dover lottare. In questa parte del mondo, come in molte altre in via di sviluppo, la transizione ecologica viene percepita come un ossimoro: cercherò di spiegarvi il perché.



Lavoro o protezione dell’ambiente?


Questo è il dilemma che ricorre in quei paesi in cui il PIL pro-capite è più basso; questa è anche la scelta che molti lavoratori si ritrovano a dover compiere, finendo sempre per dare la priorità, per mancanza di alternative, al pane in tavola per i propri figli.


Le industrie pesanti, come quelle del settore petrolchimico e metallurgico, offrono lavoro a migliaia di marocchini, dando luogo a una realtà paradossale: città al limite dell’inquinamento in cui la sopravvivenza di gran parte della popolazione dipende da industrie inquinanti.


Di fronte alla precarietà della salute, quando viene chiesto agli abitanti di Rabat di scegliere tra l’occupazione e la difesa dell’ambiente, non si può che ottenere un sorriso amaro e una risposta più o meno univoca che mi ricorda una frase di Salaheddine Lemaizi: “i giovani delle città hanno bisogno di lavorare e vogliono lavorare. Le persone hanno bisogno di rispondere al bisogno primario di portare a casa la pagnotta. D’altronde, in passato, le raffinerie non erano assolutamente mal viste, anzi, erano intoccabili”. Infatti, come ho potuto notare sulla costa della città di Mohammedia, le infrastrutture sono praticamente ovunque e occupano gran parte del tessuto urbano.


Come realizzare una transizione ecologica socialmente giusta?


Il primo passo verso una transizione ecologica giusta dal punto di vista sociale dovrebbe essere una presa di coscienza collettiva circa l’impossibilità di mantenere modalità di produzione non più sostenibili.


È necessario quindi avviare processi di mitigazione per le industrie inquinanti al fine di ridurre il loro impatto sull’ambiente, per esempio attraverso piani di reinvestimento degli utili stessi.


Un altro elemento indispensabile è il coinvolgimento delle comunità locali nel processo decisionale. La salvaguardia dell’ambiente può infatti essere innescata dai singoli cittadini che, consapevoli del peso delle proprie azioni, possono lottare in prima linea per un cambiamento duraturo, secondo un approccio bottom-up.


Anche le università potrebbero giocare un ruolo determinante in questa transizione, facendosi esse stesse promotrici degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. L’università in cui mi trovo (Université Internationale de Rabat), ad esempio, si è dimostrata lungimirante negli ultimi anni: i pannelli solari generano gran parte dell'elettricità degli edifici e all’interno dell’offerta formativa ci sono numerosi corsi riguardanti gli SGDs dell’Agenda 2030 dell’ONU.


La transizione ecologica, in ogni caso, non dovrebbe presupporre uno scontro tra difensori dell’ambiente e lavoratori delle grandi industrie, soprattutto se si considera che anche questi ultimi sono vittime dell’impatto ambientale. Il movimento per la giustizia sociale e ambientale, infatti, ha lo scopo primario di tutelare la qualità della vita dei cittadini, mirando a proteggerli dai danni che il lavoro in determinate condizioni comporta.







Approfondimenti


Maroc: justice climatique, urgences sociales, di Hicham Houdaifa, Dounia Mseffer e Oumaima Jmad (Fondazione Heinrich-Böll-Stiftung).

https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/transizione-green-le-ambizioni-del-marocco-31349
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